LA LENTE DELLA PROMESSA

di don Emanuele Poletti, diocesi di Bergamo

 
Il “fuoco” su cui ci concentreremo la prossima estate è la “promessa”: essa è il principio da cui possiamo far nascere e da cui si può cogliere il “dinamismo vocazionale” inscritto nella vita di ciascuno. La promessa però non può essere presa di per sé: rischierebbe di rimanere un concetto affascinante, tuttavia astratto e disincarnato. Essa chiede inevitabilmente di restare collegata con la vita e la storia di ogni persona. Potremmo dire che la promessa è la “lente” ‒ preziosa ‒ attraverso cui possiamo meglio mettere a fuoco la vita che abbiamo tra mani. Anzi, forse è una delle poche possibilità (oltre alla “prossimità” o al “perdono”) che realmente ci consente di cogliere e vivere appieno la vita in tutte le sue articolazioni e potenzialità. 

Per capirci meglio…



La categoria di “promessa”, strettamente collegata alla vita di ciascuno, ci è sembrata convincente anche perché molto corrispondente alle dinamiche presenti nelle storie bibliche di Abramo e dell’Esodo. C’è una Parola carica di promessa e di futuro che viene consegnata e chiede l’impegno della libertà del singolo e del popolo. Una libertà che è uscita da sé, fiducia in un futuro poco chiaro ma sufficientemente convincente per quell’intuizione capace di generare una nuova dinamica nella vita.

LA VOCAZIONE ovvero UNA BELLA STORIA

Ma parlare di promessa limitandosi all’Antico Testamento non è sufficiente. Come scrive Paolo ai Corinti, in Gesù «tutte le promesse di Dio sono divenute sì» (2Cor 1,20). Nella vicenda del Figlio ogni promessa si è compiuta. Promesse di vita buona, piena… umana. Semplificando un po’ si potrebbe dire che le vicende di Genesi e Esodo ci dicono che la promessa di una terra e di una discendenza è la protagonista del patto fra Dio e l’uomo. Dio promette casa e legami. Una terra – che poi è la nostra vita ‒ a cui appartenere per compierci come persone; un tempo e uno spazio per crescere nel cuore e nel corpo; un luogo in cui tessere reti di relazioni. Grazie a dei confini possiamo farci uomini e donne adulti consapevoli della ricchezza che possediamo. Dentro tanta abbondanza di respiro, è possibile generare – ovvero, avere discendenza – fruttificando in abbondanza. Malgrado gli sforzi, queste promesse non si sono realizzate completamente grazie a patriarchi, soldati, re, profeti e sacerdoti. È Gesù che porta il compimento della promessa di vita fatta da Dio all’origine della creazione. Nella vita della Parola fatta carne Dio suggella in modo definitivo e perfetto il patto fra Dio e l’umanità. L’opera di mediazione di Gesù, il sì fatto uomo, ci permette di spenderci in vite che sono terra promessa: nel momento in cui ha aderito al piano della salvezza, Gesù ci ha regalato la possibilità di realizzare pienamente e umanamente la nostra vita, che per questo è sacra e santa (a proposito del recupero in termini meno pomposi della categoria della santità). Questa prospettiva ci permette anche di recuperare il concetto di vocazione, più volte annunciato come tema del CreGrest che conclude la triade 2017/2018/2019. 

Premesso questo, possiamo parlare di vocazione nei termini di vita e di storia, entrambe continuamente animate dalla promessa, che si riconosce vera proprio grazie alla vicenda di Gesù. Parleremo di vita e la comprenderemo solo se la coglieremo come promessa… solo nella prospettiva della promessa si può inaugurare uno sguardo nuovo sulla vita, certo partendo dalla vita per come sta accadendo, ma immaginandola come una bella storia, a lieto fine per dirla con le favole.

Proviamo a dirla così: la vocazione è raccontare una storia (d’amore) con la propria vita. Una storia il cui lieto fine è già stato scritto nella vita di Gesù. Raccontare una storia con la propria vita è scegliere che il mio tempo, le mie energie, i miei talenti, i miei desideri raccontino di un amore, di una passione, di una scelta che ho provato a vivere per tutta la mia esistenza. La vocazione è la bella storia della mia vita. È papa Francesco ad aver coniato la definizione di vita come “storia d’amore”.

«Questa è la vita cristiana, una storia d’amore con Dio, dove il Signore prende gratuitamente l’iniziativa e dove nessuno di noi può vantare l’esclusiva dell’invito: nessuno è privilegiato rispetto agli altri, ma ciascuno è privilegiato davanti a Dio. Da questo amore gratuito, tenero e privilegiato nasce e rinasce sempre la vita cristiana.» Così ha detto nell’omelia della messa di canonizzazione di 35 beati il 15 ottobre 2017 (e non è un caso che si parli di vita e di storia d’amore accostandole alla santità). Ed è proprio l’amore che innesca la risposta. «Se si smarrisce l’amore, la vita cristiana diventa sterile, diventa un corpo senz’anima, una morale impossibile, un insieme di princìpi e leggi da far quadrare senza un perché. Invece il Dio della vita attende una risposta di vita, il Signore dell’amore aspetta una risposta d’amore.» Ancora più sinteticamente: «Ogni uomo è una storia di amore che Dio scrive su questa terra. Ognuno di noi è una storia di amore di Dio» (Udienza generale 17 maggio 2017). 






 

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