RACCONTO

 

Sciopero!


Quel giorno il cielo non lasciava presagire nulla di buono. Benché fosse ancora estate enormi nuvole scure, cariche di pioggia, gravavano sulla testa dei quattro amici che in quel momento tornavano dalla piscina. Fu allora che Ambra suggerì di svoltare a destra, lungo il sentiero che costeggiava una zona periferica della città, timorosa di non fare in tempo a evitare l’imminente acquazzone se avessero proseguito lungo la solita strada. Celeste provò a obiettare che quel posto non le era mai piaciuto, pieno com’è di fabbriche, e che comunque sua mamma le diceva sempre di tenersene alla larga. Tuttavia le sue rimasero parole al vento, quando gli altri tre imboccarono con decisione la strada sterrata.

«Guardate! Cosa sta succedendo lì, vicino alla collina?» domandò Chicco agli amici. In effetti, un banco serrato di persone si accalcava vicino all’ingresso della vecchia cava di ferro.

«Sembra che sia successo qualcosa alla miniera...»

«Ho sentito mia zia che diceva che ormai questa produzione ha fatto il suo tempo e che sarebbe giunto il momento di chiuderla: inquina tantissimo!»

«Non so voi, ma io sono abbastanza curioso di capire cosa stanno facendo e perché sono tutti là. Che ne dite, deviazione?» I freni della bici di Lele stridettero sonoramente, mentre i quattro abbandonavano le loro vetture e si dirigevano di soppiatto verso il gruppo di persone.

 

Non era una folla immensa, ma gli uomini e le donne che si trovavano all’ingresso della miniera erano in numero sufficiente a creare una grande confusione. C’era chi aiutava a reggere uno striscione, qualcun altro aveva un cartello che sventolava con rabbia, fazioni opposte urlavano le proprie motivazioni, nel tentativo di farsi ascoltare dall’altro. In tutto questo, nessuno fece caso ai quattro bambini, che riuscirono a farsi strada in mezzo alla folla, sgusciando in mezzo a gambe e gomiti altrui. Quando giunsero nei pressi dell’ingresso, videro una fila compatta di minatori che serravano l’accesso della miniera, non lasciando entrare nessuno. Era in corso uno sciopero. Insieme a loro anche un giovane con una lampadina in testa e i vestiti ricoperti di polvere scura tentava di aprirsi un varco per raggiungere i suoi colleghi. Prima che riuscisse a superare la distanza che lo avrebbe portato da loro, Lele lo afferrò per la camicia. Il bambino voleva saperne di più e gli sembrava giusto iniziare chiedendo proprio a lui.

«Signore, ma cosa sta succedendo?» Doveva urlare per farsi sentire al di sopra dello schiamazzo generale.

«Spostati, ragazzino: uno sciopero non è il posto adatto a voi!» Rispose il minatore con fare brusco. Quando però Jeff – così si chiamava – abbassò lo sguardo, vide quattro paia di occhi che lo fissavano. Allora la rabbia scaturita dal momento abbandonò il suo volto e li condusse ai lati della moltitudine, in modo che riuscissero a sentirlo. «Come avete visto, i minatori della cava di ferro oggi si sono rifiutati di lavorare e hanno bloccato l’ingresso per protesta.»

«Mi fa un po’ paura questo sciopero... c’è così tanta confusione!» mormorò Celeste. In verità anche Ambra le si era fatta più vicina per il timore, come a volersi proteggere mentre Chicco, che aveva osservato la scena fino a quel momento, chiese al ragazzo le motivazioni sue e dei suoi colleghi.

«Scioperiamo perché nessuno riconosce il valore del nostro lavoro. Tutti quei minatori che vedete di fronte a voi lavorano duro e sopportano le difficoltà del proprio mestiere. Passano la maggior parte delle loro giornate al buio e al freddo, in corridoi che potrebbero crollare e con le pareti che sgocciolano acqua. I nostri vestiti e i nostri volti si ricoprono di fuliggine. Facciamo i turni per mantenere sempre operativa l’estrazione del metallo, così che non ci siano intoppi e la produzione possa procedere indisturbata. Siamo persone che sono disposte al sacrificio, che hanno una vocazione e vanno avanti per la loro strada.»

«Però se questa è la vostra vita e a voi piace... perché vi lamentate?»

«Non ci lamentiamo, non confondere le cose... spiegare uno sciopero è difficile, me ne rendo conto. A noi piacerebbe soltanto che chi utilizza il prodotto finale del nostro sacrificio sia un pochino più consapevole del percorso che è stato fatto per farlo arrivare fin lì. Che si renda conto che esistono dei lavoratori, dietro un semplice oggetto.» Si vedeva che Jeff aveva fatto uno sforzo per spiegar loro ciò in cui credeva in parole semplici. Forse, però, proprio nel parlare con loro si era trovato con le idee chiare, per la prima volta in quella lunga giornata. Dai suoi gesti, tuttavia, traspariva una certa impazienza, un desiderio di tornare con i suoi compagni.

«E adesso cosa farete?» fu l’ultima domanda che gli rivolse  – o meglio che gli urlò – Ambra.

«Adesso impediremo a chiunque di accedere alla miniera e fermeremo le produzioni, finché la nostra voce e la nostra storia non verranno considerate. Serve anche a questo il sacrificio: essere d’esempio. E questo ci viene impedito, se nessuno sa di noi. Ora mi dispiace, ma devo proprio scappare: i miei colleghi hanno bisogno di tutti... state attenti e tenetevi fuori dai guai! Addio!» e lo videro raggiungere lo sbarramento e iniziare a urlare slogan in prima fila, insieme a tutti gli altri minatori.

«Anche io voglio andare con loro! Quello che ha detto il minatore è giusto: io per primo non ci faccio caso quando uso degli oggetti in ferro, come... non so, un cancello o la maniglia della porta!» Lele era emozionato e pronto a lanciarsi in questa nuova battaglia.

«Cosa stai dicendo? Sei solo un bambino, come noi! Non puoi davvero essere così convinto di tutto quello che hai sentito... non conosci l’intera storia» gli rispose Celeste che era già pronta a litigare con lui.

«L’avete sentito anche voi, vero? C’è bisogno di tutti... di tutti quanti. Se posso fare qualcosa per rendermi utile lo farò, voi siete liberi di tornare a casa e non prendere posizione.» Una volta pronunciate queste parole, Lele abbandonò i suoi amici.

 

Il bambino si stava dirigendo verso l’ingresso, ma pensando che fosse meglio non perdere tempo nel tentare di schivare le persone, decise di aggirare la folla. Iniziò quindi a costeggiare parte della parete rocciosa. La sua faccia era determinata e infiammata da quei nuovi ideali: nulla al mondo avrebbe potuto fermarlo.

Eccetto, forse, una mano gigantesca che lo afferrò per la maglietta e, senza troppi convenevoli, lo trascinò all’indietro.

«Lasciami! Lasciami andare ti ho detto! Tu non ne hai il diritto! Non puoi fermarmi!» Il bambino provò a ribellarsi: scalciava e si dimenava, ma per quanto provasse, la presa dell’uomo era salda e non si allentò.

«Sei così impegnato e concentrato nel tuo “manifestare” che non ti sei nemmeno reso conto del pericolo a cui andavi incontro?» Con una facilità sorprendente l’uomo lo girò e si ritrovarono così faccia a faccia. Gli occhi azzurri e la barbetta tagliata di recente non riuscirono a mitigare la sua espressione infuriata, tant’è che proseguì nel suo discorso, gesticolando con forza: «C’è un cartello gigantesco: “Parete pericolante causa lavori in corso. Possibili esplosioni. Vietato il passaggio”. Ma voi, niente da fare! Dovete per forza fare baccano... e rischiate di rimetterci la pelle!».

Quando Emanuele si voltò e vide che quelle scritte di pericolo erano reali, si calmò e provò a dare una seconda possibilità all’uomo. Fu in quel momento che notò la scatola con il detonatore che reggeva con la mano libera: «È lei che deve fare esplodere il tunnel!».

«Certo, io sono l’artificiere: è il mio mestiere. Invece qui tutti scioperano e protestano e rischiano di mettere a repentaglio la vita solo per urlare più forte. Quel corridoio dovrebbe portare in profondità, ma è instabile e più tempo passa in queste condizioni, più aumentano i rischi che ceda in maniera incontrollata. Dovrei farlo esplodere io, così che se ne possa aprire un altro più sicuro. Però come vedi, non mi lasciano lavorare...»

«Non avevo idea che uno sciopero potesse causare così tanti disagi... è il primo a cui partecipo...» Lele aveva iniziato ad assumere un’aria vagamente colpevole.

«... e ti sei lasciato prendere la mano!» Tommaso, l’artificiere, completò la frase al posto suo. Accarezzandosi la barba, lo fissò con i suoi occhi chiari. Lo sguardo però si addolcì e dopo aver sussurrato «Capisco», si accovacciò all’altezza del bambino. «Devi stare attento con le idee e le opinioni. Non devi lasciare che ti prendano la testa e ti offuschino i pensieri. I tuoi pensieri, non quelli degli altri. Rischi che le tue convinzioni ti scavino dentro e che tu perda di vista la portata delle tue azioni, solo perché sei convinto di essere nel giusto.»

«Io ero convinto di crederci davvero in questo sciopero... ora però non ne sono più tanto sicuro...» si ritrovò così a confessare quello che non avrebbe mai detto ai suoi amici, pur di salvare la faccia.

«L’insicurezza è la tua più grande benedizione, perché ti permette di interrogarti a fondo e scoprire cosa davvero desideri.» Dopo una pausa in cui sembrò cercare le parole più adatte, continuò: «Ascolta, non ti devi vergognare: sei un bambino ed è giusto che tu abbia tanto da imparare. Se ti può consolare, anche io da giovane ero un vero scapestrato. Avevo una grande energia dentro di me, una carica esplosiva che mi portava a essere un attaccabrighe di prima categoria. Avevo le mie convinzioni ed ero disposto a tutto purché gli altri mi ascoltassero. Così mi cacciavo sempre in un sacco di guai, finendo per isolare chiunque avesse un pensiero diverso dal mio. Poi sono cresciuto e ho scoperto che tutta quell’energia che avevo poteva essere utilizzata per qualcosa di buono. Poteva essere incanalata, come le esplosioni che faccio qui, nella miniera! Adesso uso l’esplosivo per scavare i tunnel che portano al cuore della terra, così che gli altri possano estrarre il prezioso metallo. Se vuoi il mio consiglio dovrai ricordarti che c’è del buono nelle convinzioni di tutti coloro che ti parleranno. Perché c’è qualcosa di buono in loro, in ognuno di loro, e le loro idee lo rispecchiano. Prima di schierarti ascolta tutto quello che avranno da dirti e poi scegli con la tua testa. Bene e male sono concetti strani e spesso sono solo due facce della stessa medaglia. Sono sicuro che se saprai andare in profondità, troverai la tua strada... e una meraviglia, forse inaspettata».

 

Quando Emanuele fece ritorno dai suoi amici, dopo aver parlato con l’artificiere, si stupì nel non vederli soli: anche loro avevano fatto la conoscenza di due lavoratori che si trovavano coinvolti nello sciopero.

Erano davvero una coppia... particolare. Per prima cosa Lele notò la donna, che era altissima e imponente: in una sola parola, enorme. Sulla testa aveva una maschera da saldatrice tirata all’indietro sui capelli corti e scuri, e due guance rosse e rubiconde completavano il quadro. Accanto a lei c’era un ometto esile, che le arrivava più o meno all’altezza delle spalle. Era magro magro, secco secco e ormai completamente stempiato. Quando li raggiunse i suoi amici erano già nel bel mezzo della conversazione con la strana coppia. «Ecco» Celeste lo indicò «lui è quel nostro amico di cui vi parlavamo, quello che voleva unirsi allo sciopero. Diceva che ciò che sostengono i minatori sia giusto, perché noi non facciamo mai caso a tutto il lavoro che sta dietro gli oggetti che usiamo quotidianamente. Diceva che non pensiamo mai a tutta la fatica e il sacrificio che stanno alla base... di un cancello, per esempio!»

Gli sguardi dei due corsero immediatamente verso Lele e il bambino non poté fare a meno di avvampare dall’imbarazzo. Provò a balbettare qualcosa, ma il risultato non fu dei migliori. Fortunatamente la donna intervenne: «Quello che sostengono i minatori non è sbagliato, ma non sono convinta che scioperare sia la maniera migliore per far comprendere alle persone l’effettivo valore di un oggetto o di un progetto. Soprattutto perché in questo modo impediscono anche a noi di lavorare e se proprio dovevamo scegliere, io e mio marito ce ne saremmo andati in vacanza, invece che qui ad aspettare che loro permettano al camion di caricare il materiale!» e diede una sonora pacca sulla spalla del marito che, gracile com’era, oscillò vistosamente in avanti quando la forza bruta della donna lo raggiunse.

«Anche voi siete coinvolti nello sciopero?» Ambra si voltò, come per sondare con lo sguardo quante persone si trovassero in difficoltà in quel momento, a causa dei minatori.

«Io faccio il fabbro, tesoro, se non mi consegnano il ferro non posso evadere gli ordini e non vengo pagata! Giusto ieri mi avevano commissionato tre recinzioni per il nuovo asilo e se non le termino entro la fine della settimana rischio che non mi chiamino più!»

«Fai il fabbro?» Celeste spalancò gli occhi e aggrottò la fronte. «Ma è un lavoro così da... uomo!» si lasciò sfuggire, non riuscendo a nascondere la sua disapprovazione.

La donna si mise le braccia sui fianchi e fece un passo verso di lei, sovrastandola con la sua mole. «Sì, faccio il fabbro e di persone contrarie alla mia scelta ne ho trovate tante, lungo il mio percorso. A incominciare da mia madre che voleva che l’unica figlia intraprendesse un mestiere più rispettabile per una ragazza, come l’insegnante o la segretaria. Le discussioni in casa erano all’ordine del giorno. E poi le mie amiche e le maestre che non potevano concepire che non giocassi con le bambole e che preferissi una bella salopette a una gonnellina tutta pizzi e merletti.» Celeste, nell’ascoltare i racconti di Angela, era avvampata. «Nessuno voleva più parlare con me, mia madre si era chiusa nel silenzio e io leggevo la disapprovazione nei suoi occhi. È stato terribile.»

Ambra si era quasi commossa, al pensiero di tutto ciò che la donna aveva affrontato. Quindi si sentì di intervenire: «Però alla fine ha insistito! Non ha mollato ed è diventata ciò che voleva!».

«Una sera, mi ero chiusa in camera dopo l’ennesima umiliazione subita a scuola. Mi sentivo allontanata da tutti. Poi sentì bussare alla porta: era mio padre che si sedette sul letto, accanto a me. Aveva un foglio in mano e uno sguardo strano. Era triste, ma nello stesso tempo vi era nascosta una luce: sembrava che fosse fiero. Mi disse che se non era stato facile per me, non lo era stato nemmeno per loro. Avevano dovuto abituarsi all’idea che la mia vita non rispondesse alle loro aspettative, ai progetti che avevano pensato per me fin da piccola. Poi però aggiunse che aveva capito quanto facevo sul serio, che non era una moda passeggera ma la sostanza del mio essere. Disse che era orgoglioso di me, perché nonostante tutto e nonostante tutti avevo insistito e che quindi era giusto finire quella guerra. Mi consegnò il pezzo di carta che teneva tra le mani. Era l’indirizzo dell’amico di un suo conoscente, che faceva questo mestiere e che sarebbe stato contento di avermi come apprendista. Io ero emozionata, volevo mettermi a saltare sul letto dalla felicità, ma fortunatamente riuscii a trattenermi e ad ascoltare il resto del suo discorso.»

Ambra ormai pendeva dalle labbra di una donna così coraggiosa, nel suo piccolo. Si affrettò quindi a chiederle di dire anche a loro il messaggio del padre.

«Non me lo sono più dimenticata. Prese le mie mani tra le sue e disse che il fabbro era il miglior mestiere del mondo per me. Come il martello deve battere sull’incudine più volte per riuscire a modellare un materiale così resistente come il ferro, anche io ero riuscita a convincerlo con la mia insistenza e la mia determinazione. Se mi fossi messa all’opera con costanza, sarei riuscita a convincere tutti e a piegare ogni ostacolo sul mio cammino.»

 

«Per questo adesso non sopporto che mi sia vietato di svolgere il mio lavoro!» e mentre urlava questa frase ai manifestanti, Angela si sfilò una scarpa e la lanciò contro i minatori.

«Calmati, adesso calmati angelo mio. Vedrai che tra non molto si risolverà tutto e potremo tornare alle nostre creazioni. Arrabbiarsi e lanciare scarpe non serve a niente...» Roberto, il minuto marito del fabbro, stava cercando di far calmare la donna. Bisognava ammettere che oltre a essere imponente, Angela disponeva di una mira fenomenale: aveva colpito con il suo stivale un minatore, che ora si guardava intorno alla ricerca del colpevole. Nel frattempo però le parole del marito sembrarono funzionare e la donna si calmò.

«Anche lei lavora il ferro?» chiese a questo punto Ambra, concentrando la sua attenzione sull’uomo che fino a quel momento era rimasto ai margini del discorso.

«Sì, e forse vi sorprenderà sapere che con questo materiale svolgo un lavoro di tutt’altro genere. Di fino.»

«Di fine?» Con tutte quelle persone intorno, Chicco non riusciva a sentire bene.

«No, di fino. Vuol dire che è un lavoro che richiede grande accuratezza e attenzione. Il mio è un lavoro che si basa sui dettagli. Io faccio il gioielliere.»

«W-O-W» gli occhi di Celeste si spalancarono e risplendettero... proprio come degli zaffiri.

«Mio marito Roberto fa il modesto ma è bravissimo!» disse Angela con un sorriso dolce mentre Chicco, senza esser visto, fece finta di vomitare all’udire tutte quelle smancerie.

«Qui non si estraggono minerali... è solo ferro! Non le serve qualcosa di più prezioso, per realizzare le sue creazioni?» Lele aveva letto tutti i libri sull’Africa e sapeva che era da lì che provenivano i diamanti.

«Ah certamente! Prova però a pensare... cosa sarebbe di quei bellissimi smeraldi e dei rubini rosso fuoco se non fossero inseriti in una collana o in un anello?»

«Sarebbero soltanto delle pietre!» e il sorriso comparve sul volto del bambino, che iniziava a intuire il valore del lavoro dell’uomo.

«Esatto. Io lavoro il ferro con cura e precisione. Uso una lente perché non posso permettere che mi sfugga nemmeno il minimo bordo. Tutto deve essere curato alla perfezione. Devo stare attento anche ai dettagli più piccoli, altrimenti quando avrò terminato, la pietra non si incastrerà nella struttura che avrò costruito e sarà tutto inutile.»

Di riflesso Celeste iniziò a rigirarsi tra le dita il piccolo orecchino a forma di farfalla che sua mamma  le aveva regalato per il compleanno: «Non immaginavo che ci fosse così tanto lavoro, pensavo che la pietra desse il valore al gioiello e finisse tutto lì».

L’omino stempiato sorrise e guardò prima gli amici, poi sua moglie: «Invece sono i piccoli dettagli a fare la differenza. Nei gioielli e nelle relazioni che intessiamo con gli altri. Spesso non ci facciamo caso, ma sono i gesti più nascosti e meno visibili che ci cambiano. E che ci uniscono».

Con una stretta rude Angela aveva attirato a sé il marito per un sonoro bacio, mentre Chicco ormai esasperato roteava gli occhi al cielo giurando solennemente che lui non si sarebbe innamorato mai e poi mai.

 

I bambini erano ancora lì, indecisi sul da farsi, quando la folla venne percorsa da un fremito. Sembrava quasi un movimento ondeggiante. Un ragazzo era salito su una scala che aveva preso chissà dove – e che forse si era portato dietro lui stesso – attirando l’attenzione di tutti. Centinaia di occhi erano puntati su di lui, compresi quelli dei quattro amici che adesso lo osservavano mentre, un po’ esitante, impugnava un megafono e si rivolgeva alla folla.

«Minatori, lavoratori! Ehm... salve...» si asciugò una goccia di sudore dalla fronte prima di proseguire. «Qualcuno di voi già mi conosce, lavoro dal ferramenta vicino al meccanico.»

Il silenzio regnava sovrano, tutti stavano aspettando di capire cosa l’avesse spinto a salire lassù, nel bel mezzo di uno sciopero.

«Mi mandano i fornitori. Loro... si sono parlati e hanno deciso che questo sciopero non può spingersi oltre. Troppe lavorazioni sono ferme, troppi ordini sono in ritardo sulle scadenze. Per questo mi hanno contattato e mi hanno chiesto di portarvi questi» appoggiò il megafono per mostrare a tutti una voluminosa scatola per gli attrezzi. «Ce ne sono altre nel mio furgone e contengono utensili di ultima generazione che potrete usare per stancarvi di meno. Sono vostri, usateli e fate rientrare lo sciopero. Voi non siete invisibili.»

Un mormorio si levò dalla folla e ben presto si trasformò in un vociare assordante. Le persone stavano discutendo della novità portata dal ferramenta, che nel frattempo era sceso dalla scala.

«Andiamo! Voglio parlare con lui!» Lele si trascinò dietro gli amici, che riuscirono a raggiungere il ragazzo prima che venisse inghiottito dalla folla.

Chicco aveva ancora il fiatone quando gli si rivolse: «Lei sì che ha avuto coraggio!».

«Già! Con tutte queste persone che protestavano... io sarei stata paralizzata!» aggiunse Celeste.

Fu Lele a porre la domanda cruciale: «Adesso lo sciopero rientrerà?».

Achille, il giovane ferramenta, si guardò intorno prima di rispondere. Tutto ciò che riuscì a vedere, però, fu un grande agitarsi e infinite discussioni. «Onestamente, bambini, non lo so... ma spero tanto che sia così. Se andranno avanti con questa protesta verranno presi altri provvedimenti e non penso che ne saranno contenti.»

«Manderanno sempre lei nel caso? Lei è quello che fa da tramite? Come diceva quel vecchio detto che recitava sempre la zia Mara... Ambasciator non porta pena?» lo interrogò Enrico, che aveva ripreso a respirare normalmente.

«No, non sono così importante...»

«Ma lei è salito sulla scala!» insistette Celeste, che era rimasta impressionata.

«Non ho fatto nulla di così eroico, sai? È solo il mio lavoro e non si tratta di un incarico speciale. Io faccio il ferramenta, che è un mestiere semplice in realtà. Il mio compito è quello di procurare a chi ne ha bisogno gli attrezzi migliori e più efficienti. Quelli adatti al lavoro che si vuole effettuare. Così, la mia speranza è che si faccia meno fatica, ci si metta meno tempo e tutti siano più soddisfatti del risultato. A volte non serve avere ruoli importanti. A volte tutto quello che serve è qualcuno che faccia il tifo per noi, che ci alleggerisca la fatica, che ci sup-porti.»

«Come quando io sono il capitano della squadra e Chicco che sta in panchina continua a esultare anche quando sbaglio un passaggio?» domandò Ambra ad Achille.

«Esatto! O come quando bisogna preparare la tavola e ti viene chiesto di andare nel ripostiglio a prendere le bottiglie di acqua. Piccoli gesti che ci sembrano insignificanti, talmente tanto che a volte ci lamentiamo di doverli fare, ma che dimostrano molto a chi ci circonda.» Stava ancora pronunciando l’ultima parola quando la folla si aprì in due davanti a loro. Tutt’un tratto gli amici si sentirono in soggezione e si affrettarono a lasciare spazio al minatore che stava avanzando. Doveva essere uno dei grandi capi perché, a differenza di Jeff, era già abbastanza anziano. Le sue mani erano solcate dai segni degli anni passati a estrarre il minerale.

Si fermò a pochi passi da Achille: «Ci siamo riuniti in consiglio. Gli attrezzi che ci porti non sono ciò che speravamo di ottenere con questo gesto». All’udire queste parole il giovane ferramenta si rattristò profondamente, mentre i quattro sgranarono gli occhi al pensiero di quello che sarebbe potuto succedere. Il minatore però continuò: «Non è molto e non siamo contenti. Tuttavia non possiamo che vederlo come un primo passo. Continueremo a lottare perché il nostro sacrifico venga riconosciuto, ma almeno adesso siamo sulla buona strada e qualcuno ha iniziato a considerarci. Per questo lo sciopero è ritirato e si è deciso all’unanimità di tornare al lavoro... con effetto immediato».

Ambra e Celeste si abbracciarono, Lele spiccò un salto verso l’alto e Chicco annuì soddisfatto, come se l’avesse sempre saputo.

La folla iniziò a disperdersi e gli amici fecero giusto in tempo a slegare le bici, prima che grosse gocce di pioggia cadessero con prepotenza dal cielo.




 

Copyright © 2018 ALLOPERA