Tra le tante piste possibili per declinare il tema del pellegrinaggio, scegliamo di percorrere quella che nel suo libro A passo d’uomo. Il pellegrinaggio come esperienza generativa, don Samuele Marelli definisce come i sette passi che caratterizzano la vita del pellegrino: decidere, prepararsi, partire, camminare, arrivare, ritornare e raccontare. Questi sono gli stessi passi che accompagneranno le giornate di Oratorio estivo, aiutando ciascuno a riconoscere gli atteggiamenti del proprio essere-in-pellegrinaggio. Scopriremo che questi passi non sono sequenziali o definiti, né conseguenti, ma tra di loro si intersecano e dialogano imprevedibilmente.
Il pellegrinaggio è un’esperienza profondamente personale, anche se vissuta in compagnia: ogni pellegrino percorre (e decide di percorrere) il proprio cammino scegliendo ogni giorno quale sarà il passo successivo da fare nella propria vita.

1. Decidere


Decidere è il passo decisivo e il più difficile. Il pellegrinaggio non inizia quando ci mettiamo in cammino, ma quando nel nostro cuore sorge il desiderio di partire: «Un viaggio non inizia mai con la partenza, bensì molto prima, con il pensarlo e il prepararlo; in altri termini con il chiedersi perché intraprendere tale viaggio».
Le motivazioni del pellegrino possono essere le più differenti: intraprendere un cammino di ricerca di sé, fare un atto di devozione, ringraziare per una grazia ricevuta o compiere un gesto di penitenza e di conversione; camminare per chiedere un’intercessione…
Molto spesso la motivazione non è chiara neanche al pellegrino, il quale non è consapevole di cosa lo spinge. Ciò che accomuna tutti è però un desiderio (la ricerca di una stella), che in ultima istanza si rivela essere un grande desiderio di Dio. 

2. Prepararsi 


Pellegrini, comunque, non ci si improvvisa: il pellegrinaggio è un’esperienza che va adeguatamente preparata. Il verbo prepararsi si declina in diverse dimensioni: fisicamente, culturalmente, spiritualmente e praticamente.
Il pellegrinaggio è una «lunga preghiera fatta con il corpo», non un’attività sportiva, ma certamente – e soprattutto per i pellegrinaggi più lunghi e impegnativi – sarà importante preparare adeguatamente il corpo. 
È importante poi conoscere il percorso da affrontare, i paesi da attraversare, i punti di pericolo, le tappe e le soste – perciò serve procurarsi una mappa.
Infine, la preparazione spirituale è da intendersi in senso ampio e non solo religioso: significa dialogare con se stessi per interrogare le motivazioni profonde, il senso e l’animo con cui si vuole partire, le domande che ci fanno camminare. Chi, cosa e come stiamo cercando?
Infine, anche la preparazione dello zaino diventa un esercizio “spirituale”, nel quale siamo chiamati a scegliere cosa portare e, soprattutto, cosa non portare, lasciando a casa il superfluo.

3. Partire


Partire richiede la capacità di lasciar andare: prima del coraggio per partire, infatti, serve avere il coraggio di lasciare indietro. In questo senso, partire significa spezzare, squarciare e interrompere il corso ordinario della vita e riconoscere nel cammino stesso un nuovo e potente centro di gravità.
Questo aspetto eccezionale del partire può sembrarci strano, ma possiamo comprenderlo facendo memoria dei pellegrini medievali, nei quali la partenza per un pellegrinaggio rappresentava un fatto dirompente. Si partiva per un pellegrinaggio senza la certezza di fare ritorno a casa, dopo aver probabilmente venduto tutto quanto.
L’entusiasmo del partire deve mettere in conto soprattutto la fatica del primo passo, quello che dalla soglia sicura, la porta di casa, conduce a strade ignote e potenzialmente pericolose.
Partire significa anche distaccarsi dagli affetti, dalle persone care: un distacco temporaneo, non definitivo, che però può ridefinire, purificare e talvolta interrompere legami e relazioni. 
Infine, partire ci riconnette «con tutti i popoli di profughi e di disperati che lasciano il luogo che rappresentava per loro la sicurezza, a volte minima, per un altrove che non si sa quale sia e forse per sempre».

4. Camminare 


La sostanza del pellegrinaggio è il cammino e la materia di cui si compone sono i passi quantitativamente incalcolabili. L’esperienza del camminare è un’esperienza vasta, fatta di incontri, fatiche, cambi di strada e scelte, ma non solo. Quando non si cammina fisicamente, a camminare è la nostra mente e il nostro cuore. La dinamica del cammino è evidente già nei testi sacri: Dio si mette in cammino con Israele; Gesù è l’uomo che cammina, è Dio-con-noi.
Molti filosofi e pensatori, in differenti epoche storiche e provenienti da diverse scuole di pensiero, hanno elaborato delle filosofie “del camminare”, dalle passeggiate socratiche alle camminate precise e puntuali di Kant; in tantissimi hanno riconosciuto come l’azione del camminare connette il corpo con il pensiero. Nessuno, tuttavia, ha scritto che è un’attività facile, semplice e comoda: per camminare serve essere sorretti, non solo fisicamente da un bastone, ma anche socialmente (l’importanza dei compagni di viaggio!) e spiritualmente.
Inoltre, nel pellegrinaggio le caratteristiche positive del camminare vengono portate a un livello superiore, al cammino fisico si unisce un triplice «cammino del cambiamento: il cammino di purificazione, il cammino di illuminazione e il cammino dell’unificazione» (A. Grun, Una cosa sola con Dio. La spiritualità del pellegrinaggio, Gribaudi editore, 2009, p. 61): la nostra vita viene purificata dagli aspetti superflui per essere riportata all’essenziale, i pensieri vengono illuminati e corpo e mente vengono unificati.

5. Arrivare 


Arrivare alla meta non è l’unico obiettivo, ma è il coronamento dell’esperienza: se così non fosse, saremmo vagabondi, non pellegrini. Sebbene sia molto in voga lo slogan «il cammino è la meta», questo non è propriamente vero: la meta da raggiungere non è indifferente perché orienta il nostro cammino e il desiderio di raggiungerla costituisce un forte stimolo a superare le fatiche del pellegrinaggio. E, soprattutto, il suo raggiungimento diventa «un luogo privilegiato dell’incontro con Dio» (A passo d’uomo, cit., p. 107). La vera meta è la nostra conversione, intesa in senso dinamico, che trasforma tutta la nostra vita, da rinnovare sempre. Immaginiamo allora di voler arrivare non in un luogo chiuso e finito, ma di attraversare un arco, una soglia da cui la strada prosegue.

6. Ritornare 


Cambiati dal pellegrinaggio, è bene sottolineare che si diventa pellegrini, da lì in avanti: una volta purificati, è consuetudine ritornare all’ordinario diversi da come si era partiti. Non si ritorna al punto di partenza, ma tutto è nuovo, rinnovato, da ri-scoprire da capo. Si riprende cioè il cammino, con nuove domande e nuove consapevolezze, con lo zaino pieno di tutto ciò che abbiamo raccolto e imparato nel percorso di andata: non è perciò la conclusione del pellegrinaggio, ma una nuova dinamica del cammino.
Il pellegrinaggio non è una parentesi nella vita ordinaria del cristiano, una sospensione della grigia quotidianità: la sfida è proprio quella di fare ritorno alla propria vita trasformati: «Ritornare non significa volgersi indietro, ma in una nuova forma abitare il quotidiano, vivere nella comunità cristiana, stare in mezzo agli uomini».

7. Raccontare 


Il settimo e ultimo passo, raccontare, è la dimensione ecclesiale: dare testimonianza di quanto vissuto, con entusiasmo e passione, testimoniandone il dono ricevuto. Molti pellegrini scrivono un diario della propria esperienza e la tradizione cristiana ci consegna splendidi esempi, dal Diario di viaggio di Egeria ai Racconti di un pellegrino russo. Il pellegrino scrive per non dimenticare l’esperienza vissuta e per comunicarla agli altri, con il desiderio di spingere anche altri a mettersi in pellegrinaggio.
Attenzione però, si condivide la grazia della propria esperienza in itinere: nessuno infatti può dire di aver finito, di essere arrivato, né può parlare del suo cammino di vita come qualcosa di passato. Al contrario, ci si racconta in cammino, situati, e si accolgono le storie degli altri, ascoltando le vite di chi non è sulla nostra stessa barca, ma è nella stessa tempesta.



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