II termine pedagogia deriva dal greco παιδος (paidos: bambino) e αγω (ago: guidare, condurre, accompagnare). La figura del pedagogo, nell’Antica Grecia, era infatti riconducibile allo schiavo che accompagnava il bambino durante il tragitto tra la casa e la scuola.

A seguito della conquista della Grecia da parte dei Romani, venne chiamato paedagogus lo schiavo greco che, oltre ad accompagnare i bambini, insegnava loro la lingua greca. Il paedagogus divenne perciò l’insegnante, indipendentemente dallo stato sociale. 

Da questa piccola introduzione, possiamo intendere lo stretto legame tra educazione e movimento, tra camminare ed educare. In quanto educatori, responsabili di oratorio, sacerdoti, consacrate, operatori e professionisti educativi, il tema del pellegrinaggio ci invita a una riflessione sul nostro agire intenzionale. Accompagnare e insegnare sono entrambe azioni che intendono una guida “esperta” e qualcuno da guidare verso una meta. Lasciare l’impronta nel terreno, che il prossimo può seguire per farsi condurre, è come lasciare un segno, in-segnare con l’esempio e il proprio procedere, testimoniare e, quindi, mostrar-si.

Tutta la Bibbia, dall’inizio, racconta di donne e di uomini in cammino; Dio stesso è in cammino e accompagna il cammino della sua Creazione. Dio ci accompagna indicandoci il sentiero della vita: quando si incarna, perciò, non può che farlo in un maestro itinerante, capace di con-ducere, cioè guidare insieme, ma anche se-ducere, trarre a sé, tra-ducere, portare oltre, pro-ducere, generare, intro-ducere, portare dentro.

Il pellegrinaggio – tema di questo Oratorio estivo 2024 – non è però un semplice camminare. È un cammino orientato, fatto con tutto il corpo: fisicamente, emotivamente e spiritualmente. In questo senso è un’esperienza integrale, che coinvolge, avvolge, sconvolge e capovolge. Dove volgere significa “dirigere verso una data posizione”: siamo dunque volti a Dio.


L’inautenticità del “quieto vivere”

In primis, il pellegrinaggio suppone un movimento. La vita stessa è movimento: se uno si ferma, lei non fa altrettanto e si viene trascinati passivamente da essa. «Non scegliere è scegliere di subire / Ogni volta che scegli, tu scegli il tipo di schiavo che non sarai», canta Lo Stato Sociale, quindi tanto vale non fermarsi e scegliere. Prendere una decisione non solo per partire, ma anche per fermarsi, continuare a camminare, tornare indietro o cambiare strada, in un percorso mai predefinito e che ha bisogno di essere pensato e compreso.


Sebbene questo movimento sia naturale, se uno si può fermare lo fa, perché è difficile e costa non poca fatica. Allontanarsi troppo dai propri recinti, dai porti sicuri, può fare anche paura. E se camminare è faticoso, allora ha proprio bisogno di essere motivato, guidato e accompagnato verso una meta. Altrimenti si rimane bloccati nell’inautenticità della quiete, della stabilità e della “calma piatta”. Inoltre, senza un Dio che ci indica il sentiero della vita, saremmo vagabondi, girovaghi: staremmo vagando in giro, senza meta, erranti. O peggio, rischiamo di essere turisti della nostra stessa vita.


Heidegger ci parlava di un disagio esistenziale, connaturato al fatto stesso di esistere; un’angoscia di fronte allo squarcio del velo della quotidianità inautentica. Comunemente, questo disagio viene eliminato o nascosto, è qualcosa da far passare: stare bene è l’unica cosa che conta. Soprattutto oggi, non c’è spazio per il dolore, il brutto, il debole. Ma in certi momenti bisogna confrontarsi con questo senso di limite e ripensare l’idea di un soggetto umano onnipotente a favore di un atteggiamento di umiltà e di uno sguardo accogliente.


Noi cristiani sappiamo che il cuore è inquieto anche perché ha nostalgia dell’Infinito, perché ha un’urgenza di totalità che l’amore sembra corrispondere. Sant’Agostino avrebbe detto così: «La mia inquietudine è ricerca di pienezza in Te, essa che non si risolve. Finché vivo, questo conflitto non passa: questa strutturale inquietudine mi abita. Dio anima la mia ricerca e non risolve la mia angoscia». Perché il nostro non è un Dio “del divano”, del quieto vivere.


Pascal scriveva nei suoi Pensieri: «Vaghiamo in un vasto mare, sempre incerti e fluttuanti. Nulla si ferma per noi». Bruciamo dal desiderio di un assetto stabile, ma la ragione è sempre delusa dalla mutevolezza, che è la condizione umana. Bisogna quindi accettare e abbracciare questa consapevolezza: l’universo stesso non è fermo e finito, ma è in continuo movimento! Accettazione come punto di partenza di un modo di pensare diverso dal senso comune, dal velo di inautenticità che ci vorrebbe tranquilli a godere di una felicità finzionale. Per divenire, dunque, pellegrini, consapevoli di essere in cammino.

La pace, la tranquillità, non possiamo pensarla come la caduta di tutte le tensioni, ma è imparare a viverle senza fare (far-ci, far-si) la guerra. Imparare a vivere la diversità senza aggredirsi: la pace non è l’assenza di inquietudini e tensioni, ma è co-abitare e con-vivere.


L’esperienza dell’altro, infatti, non si concretizza solo nella fenomenologia dell’incontro, ma si manifesta anche nella dimensione dello scontro. L’altro, sovente, è tutt’altro che pacifico, benevolo, docile. Le alterità poi ci sfidano, ci perturbano, ci inquietano, ci disorientano. L’irruzione dell’Altro non è programmabile, è sempre uno shock, una sorpresa; se non lo è significa che non stiamo davvero incontrando l’altro. Il punto è che le differenze ci mettono profondamente a disagio. Sostare in questo disagio, attraversarlo, rielaborarlo, diviene pertanto un compito educativo.


L’educatore pellegrino

In che mondo viviamo? Un mondo ormai pieno; un mondo senza più confini che co-stringe a vivere insieme, senza alternative: tutto si avvicina ed è immediato. Avvertiamo la necessità di continue semplificazioni prodotte da una vertiginosa complessità e dall’obbligo di godimento.


L’imperativo a cui la società occidentale sembra essersi abituata insiste ferocemente sulla ricerca di un benessere basato su due forti capisaldi: la prestazione e le apparenze da esibire e mostrare. Per stare bene, in questo senso, dobbiamo essere visti e riconosciuti dagli altri. Quanto appare è una sorta di vetrina che ognuno crea per far apparire ciò che più si avvicina se stesso agli ideali di benessere e di successo. Questa non è, però, la realtà della vita quotidiana di nessuno.


Per questo arriva l’angoscia: non ci si sente mai all’altezza delle situazioni. Alla faccia delle nostre pretese educative! Il prezzo da pagare oggi è un’esistenza quotidiana segnata da insicurezza, impotenza e disagio. Come educare allora? Educare a cosa?


L’educazione dovrebbe essere una pratica volta allo svelamento di nuove possibilità per i soggetti ai quali si rivolge: ciò significa che, a partire da una situazione data, la pratica di un professionista dell’educazione dovrebbe sempre essere volta ad andare oltre le condizioni presenti e consentire di intravedere degli orizzonti di possibilità ulteriori per la crescita e lo sviluppo.


Il tema non è quello di “guarire” i nostri ragazzi, eliminare o nascondere il disagio, né risolvere la fatica e i problemi della vita quotidiana, bensì camminare assieme a loro e riconoscerci anche noi pellegrini. Anche noi, infatti, siamo uomini e donne in cammino, in fatica, in ricerca, in lotta, a disagio. Mentiremmo educando a un ideale finito, “arrivato”, di persona adulta.

Nel 2011 Entics cantava: «In questa vita non ci sono le istruzioni e non so quale strada prendere / Se nel deserto non ci sono indicazioni». In quanto cristiani, invece, noi crediamo che ci siano delle indicazioni e dobbiamo educare chi ci è affidato a riconoscerle, fidarsi e non pensare di vivere in un “deserto”, abbandonati a se stessi. Difatti, c’è Qualcuno che ci indica il sentiero della vita dopo essersi incarnato e aver provato questo viavai così tortuoso, imprevedibile e inquieto. Forse allora dobbiamo riscoprire un modo di vivere, di saper stare al mondo, controcorrente all’ideologia del consumo, della prestazione, della superficialità, attraverso una educazione in cammino, che accompagni all’incontro con Dio.


«La nostra meta non è mai un luogo, 
ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose.»
(H. Miller)

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