Il gioco, in oratorio come in qualsiasi altra occasione, è un’attività divertente con una funzione educativa: non è solo un momento per scatenarsi, per far vincere punti alla propria squadra e per far passare il pomeriggio, ma è un tempo in cui i bambini e i ragazzi possono crescere nel rispetto e nelle relazioni.
La valenza educativa si estende soprattutto alla possibilità, durante il gioco, di instaurare legami e relazioni tra pari e di rafforzare il rapporto animatore-ragazzo che contribuisce a rendere più affiatata la squadra. Il gioco è relazione: non si vince da soli, c’è bisogno di una squadra e degli avversari da affrontare. Proponiamo giochi da fare insieme, perché è giocando che si impara a collaborare insieme agli altri per un obiettivo comune, a valorizzare le potenzialità degli altri e a scoprire i talenti di ognuno, me compreso.
Giocare insieme permette di veicolare numerosi insegnamenti.
- Rispettare le regole del gioco, senza le quali non sarebbe possibile divertirsi insieme, o meglio, senza le quali il gioco stesso non avrebbe senso. Come si fa a vincere se non ci sono regole? Come si fa a giocare?
- Rispettare i propri compagni di squadra e i propri avversari. Infatti, tutti devono giocare in squadra e rispettare le stesse regole per rendere il gioco piacevole: bastano pochi che non seguono le regole per rovinarlo a tutti.
- Rispettare i materiali con cui si gioca, perché se vengono rovinati non è più possibile giocare in futuro. Il rispetto dei materiali si concretizza anche nel riuscire a riciclarli e riutilizzarli in mille modi creativi: sta agli animatori creare mondi a partire da uno scampolo di stoffa o della carta! È importante che siano anche belli da vedere e sicuri da utilizzare.
- Rispettare chi ha organizzato il gioco, dato che ha investito del tempo e delle energie. Da animatori, è necessario imparare a valorizzare il lavoro degli altri.
- Rispettare i ruoli all’interno del gioco: ci sono compagni di squadra, avversari, arbitri e organizzatori. Questo insegna a conoscere e distinguere le relazioni che in ogni ambito assumono sfaccettature diverse (l’animatore “preferito” diventa arbitro e bisogna imparare a rispettarlo e riconoscerne il ruolo).
- Conoscere se stessi: nel confronto con l’altro è possibile riconoscere le proprie capacità e i propri limiti, intravedere le possibilità di crescita e alimentare l’agonismo buono.
Il gioco è occasione di incontro e scontro, sempre con l’idea di un miglioramento e della possibilità di prendere maggiore coscienza di sé, in una dinamica competitiva che riconosce l’altro come stimolo e non come nemico.
Ma non vogliamo solo gioconi stratosferici e complicati. Il gioco può essere anche semplice, non particolarmente strutturato: si può giocare anche in un momento di conoscenza tra ragazzi e animatori, in un tempo destrutturato e non incasellato in una cornice pre-determinata. Il gioco è anche informalità in un momento di libertà.
Il gioco è anche responsabilità per l’animatore: un gioco non si improvvisa. Il gioco si progetta, si organizza, si conduce e si verifica, avendo cura di tutte le dinamiche della gestione, degli animatori e dei bambini/ragazzi che ci dovranno giocare, con un occhio di riguardo verso il benessere e il divertimento di tutti i partecipanti.