Il Signore degli Anelli è fondamentalmente 
un’opera religiosa e cattolica:
 all’inizio non ne ero consapevole, 
lo sono diventato durante la correzione. 
Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, 
praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la “religione”, 
oppure culti o pratiche, nel mio mondo immaginario. 
Perché l’elemento religioso 
è radicato nella storia e nel simbolismo.
(dalla lettera di J.R.R. Tolkien a padre Robert Murray, 2 dicembre 1953)


Sin dalla sua pubblicazione, avvenuta nel 1954, generazioni di giovani lettori si sono appassionati alle storie di Frodo e Sam, di Aragorn, di Gandalf e di tutto quel complesso mondo rappresentato ne Il Signore degli Anelli. Molteplici sono state inoltre le letture date dalla critica: si è passati da una lettura in voga nei campus universitari americani che vedeva in Tolkien un “figlio dei fiori” ante litteram, strana identificazione per un serio professore di filologia inglese di Oxford, passando per una lettura esclusivamente italiana come di un libro di destra.

L’uscita al cinema dei tre film di Peter Jackson nel 2001 ha ridestato l’interesse per l’opera e in molti si sono accostati al romanzo e a tutta una serie di altre opere che sono state tradotte in italiano solo successivamente, come ad esempio il ricco epistolario di Tolkien. Dalle sue lettere scopriamo molte delle sue convinzioni rispetto all’opera, come quella relativa alla profonda radice religiosa e cattolica de Il Signore degli Anelli. Molti sacerdoti ed educatori hanno intravisto queste caratteristiche, approfondite da molti autori, e le hanno “sfruttate” nella loro opera pastorale.

Prima di affrontare il tema del pellegrinaggio ne Il Signore degli Anelli, motivo per cui abbiamo scelto questa storia per il racconto della proposta dell’Oratorio estivo ViaVai, offriamo alcuni spunti utili a leggere la storia di Tolkien attraverso le categorie del Vangelo. Ovviamente per comprendere al meglio questi spunti è necessario un minimo di conoscenza della storia: per chi non avesse letto il romanzo vengono in aiuto i film di Peter Jackson (sebbene ci siano alcune differenze rispetto al romanzo, con grande disappunto degli appassionati) o un riassunto tratto dal già citato lavoro di Toninelli.


La radice religiosa dell’opera


Il primo elemento che salta subito all’occhio del lettore è che, a differenza della totalità dei grandi romanzi eroici o fantastici, Frodo, il protagonista principale de Il Signore degli Anelli, è chiamato a compiere una quest, una ricerca, al contrario: non deve cercare un qualche elemento magico – sia esso il sacro Graal o una spada magica – o compiere un’impresa eroica che lo incoroni re (come deve fare, ad esempio, Aragorn, un altro personaggio chiave della storia). Frodo è già in possesso di questo oggetto, l’Anello, ma l’unica via per sconfiggere il male è distruggerlo, compiendo un viaggio senza speranza di riuscita. Possiamo dire quindi che Frodo è chiamato a compiere una quest rovesciata, che cambia i paradigmi del genere fantastico. Risulta chiara l’analogia della vicenda di Frodo con quella di Gesù, un Dio che non compie gesta eroiche per liberare il popolo di Israele, ma perde la propria vita salendo sulla croce.


Questa non è l’unica analogia che ci permette di dire che Frodo, insieme ad Aragorn e Gandalf, è un personaggio “cristologico”. Infatti come afferma Franco Manni essi incarnano «i tre carismi (doni) del messia, il quale è assieme Re dei Re, Ultimo dei Profeti, Sommo Sacerdote. Ma, nella Terra di Mezzo, questi doni sono divisi e distribuiti a persone diverse». Frodo incarna quindi il sacerdote, pronto a sacrificare la propria vita per la salvezza del mondo. Il suo percorso, dalla soglia di casa nella pacifica Contea fino alla voragine del vulcano in cui deve distruggere l’Anello, è un percorso di crescita nella consapevolezza della sua missione e del fatto che probabilmente non farà ritorno. Questo percorso è segnato tremendamente dalla tentazione, tentazione di fuggire abbandonando i compagni, tentazione di abbandonare l’impresa dando l’Anello ad altri e infine, tentazione di fare suo l’Anello. Frodo infatti è figura di Cristo, ma non è Cristo: la sua impresa fallisce nel momento supremo, quando cede alle lusinghe del potere. Fortunatamente non è il fallimento a determinare l’uomo, ma i gesti di amore e di pietà che è stato capace di elargire nel corso della propria vita: la pietà che Frodo ha per il suo alter-ego, Gollum, una creatura dilaniata dal possesso dell’Anello, sarà il motore che risolverà la storia, permettendo a Gollum di giocare un ruolo decisivo nella distruzione dell’Anello.


Restando brevemente sulla figura di Gollum, non possiamo non osservare come, anche un personaggio così segnato dal male, possa tentare di compiere un cammino di conversione. L’incontro con la pietà di Frodo cambia Gollum (che tornerà a riferirsi a sé con il suo vero nome, Smeagol), facendolo diventare più mansueto e disponibile. Purtroppo l’affrettato giudizio di Sam, il compagno di Frodo, interrompe bruscamente questo cammino di conversione. Ripensando alle nostre azioni educative, non possiamo non farci un esame di coscienza su alcuni giudizi espressi troppo rapidamente su alcuni ragazzi: quanti Gollum si sarebbero potuti trasformare, se non avessimo puntato il dito contro?


Se Frodo è il sacerdote, Aragorn è il re. L’ultimo dei tre volumi in cui è diviso Il Signore degli Anelli ha un titolo dal sapore messianico che non può passare inosservato: Il ritorno del re. Un re taumaturgo che, come Cristo e i re medievali, compie miracoli curando gli amici colpiti dai servi di Sauron. Un re che, come Cristo, vive gran parte della sua vita nel nascondimento e che nella lunga marcia di avvicinamento al suo regno tiene messianicamente segreta la sua missione: quella di colui che «annuncerà alle nazioni la giustizia» (Mt 12,18).


L’ultimo personaggio cristologico è Gandalf, lo stregone, il «grigio pellegrino», instancabile viaggiatore della Terra di Mezzo, sempre pronto ad accorrere dove c’è bisogno del suo consiglio; è il profeta del romanzo. Le sue parole non sono miele per le orecchie di chi lo ascolta, tant’è che viene rigettato dai potenti e dai superbi della storia: le sue sono parole dure ma vere, capaci di risvegliare le coscienze assopite degli uomini. Nella cosmogonia di Tolkien, Gandalf e i suoi compagni stregoni sono delle sorte di “angeli” incarnati, mandati dalle divinità per consigliare gli uomini e gli elfi. Essendo incarnato non è immune dalla tentazione dell’Anello, che Frodo gli offre nel corso della storia, ma a differenza del suo compagno Saruman, è libero dalle lusinghe del potere. Viene chiamato «grigio pellegrino» perché è sempre in cammino e «non ha dove posare il capo» (Mt 8,20).


Infine una parola sugli Hobbit, i veri protagonisti del romanzo. Un piccolo popolo, strano, mite, che è rimasto ai margini della grande Storia, che vive in semplicità occupandosi di coltivare la terra. Un popolo piccolo anche di statura, che passa inosservato ed è sconosciuto ai più. A questi piccoli personaggi e non ai grandi e potenti guerrieri viene affidata la fondamentale missione di sconfiggere il male nella Terra di Mezzo: è Frodo che nel Consiglio di Elrond si alza e, mosso da una chiamata interiore, si carica sulle spalle un compito così arduo. Saranno Merry e Pippin a risvegliare le forze antiche della terra che capovolgeranno le sorti delle battaglie, e sarà Sam, novello Cireneo, a caricarsi sulle spalle Frodo nella sua salita al calvario del monte Fato. Gli Hobbit sono i piccoli, i miti, gli umili del Vangelo, che trovano una strada per la salvezza lì dove i potenti vedono solo la stoltezza.


Perché il cammino degli Hobbit è un pellegrinaggio?


Sono molti gli elementi che ci fanno dire che il viaggio di Frodo e Sam ne Il Signore degli Anelli sia un pellegrinaggio. Innanzitutto i segni esteriori: l’impresa della distruzione dell’Anello non viene compiuta da un glorioso esercito in marcia, ma da una compagnia di nove personaggi (si ridurranno poi ai soli Frodo e Sam), guidati da Gandalf, il «grigio pellegrino». Camminano a piedi, senza cavalli o altri mezzi di trasporto, viaggiano leggeri, con mantelli grigi, bastoni per sostenersi lungo il cammino e bisacce che contengono lo stretto necessario. Come avveniva nei pellegrinaggi medievali – i racconti di Canterbury di Chaucer ce lo testimoniano – non viaggiano da soli, ma sono una compagnia di persone, pronte ad aiutarsi vicendevolmente.

Gli Hobbit, come i pellegrini, interrompono il corso ordinario della loro tranquilla vita, mettendo in pausa la propria esistenza consueta, per mettersi in cammino. A nessun hobbit sano di mente sarebbe mai venuto in mente di uscire dalla Contea, ma Frodo decide di intraprendere un cammino pericoloso, mosso da una motivazione soprannaturale, potremmo dire da una chiamata divina.

Come i pellegrini anche i componenti della Compagnia dell’Anello si preparano per il loro viaggio, consci che questa preparazione non sarà mai sufficiente a prevenire ogni imprevisto del cammino, ma comunque aperti alla Grazia che li aiuterà a compiere la loro missione sotto le spoglie di molti personaggi incontrati lungo la strada, come Tom Bombadil, Elrond o Galadriel.

Sono molte le partenze presenti nella storia, dall’inizio del racconto, quando gli Hobbit lasciano la Contea facendo il primo e decisivo passo fuori di casa. «È pericoloso, Frodo, uscire dalla tua porta, diceva. Entri nella strada e se non punti i piedi, non si sa dove potresti essere trascinato via»: è il ricordo delle raccomandazioni di Bilbo che Frodo condivide con i compagni di viaggio. Notiamo anche con interesse che la partenza della compagnia avviene in una data molto cara ai cristiani, il 25 dicembre.

L’arrivo del pellegrinaggio degli Hobbit (il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione) marca una differenza sostanziale con i pellegrinaggi a cui siamo abituati: la meta non è un luogo santo, ma un luogo di morte e disperazione. Il pellegrinaggio di Frodo assume allora la forma di un “pellegrinaggio capovolto”, nel quale egli non deve trovare o guadagnare qualcosa, ma perdere tutto per la salvezza degli altri. Allo stesso modo, la vita di Gesù culmina con la morte in croce, luogo di totale assenza di Dio. 

La dimensione del ritorno, poco accennata nei film e quindi sconosciuta ai più, assume una rilevanza straordinaria nel libro: gli Hobbit tornano dall’avventura cresciuti moralmente (Merry e Pippin anche fisicamente), e sono diventati capaci di affrontare la vita da soli. Il male non è sconfitto una volta per tutte, potrà ripresentarsi, persino nella Contea, ma l’esperienza vissuta li ha resi capaci di affrontare le nuove sfide che la vita presenterà.

Infine il racconto dell’esperienza vissuta, affinché non venga dimenticata, viene affidato prima in forma orale al racconto delle gesta eroiche vissute dai quattro hobbit, per poi essere messo per iscritto in un libro dal titolo Andata e Ritorno, iniziato prima da Bilbo, continuato da Frodo e finito da Sam.


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